una vita davanti a uno schermo.
si passa la vita davanti ad uno schermo. è più spesso di quanto realizziamo, più automatico di quanto qualsiasi cervello arrivi a prevenire.
guardiamo schermi di continuo.
sono come specchi, falsi. non sono specchi. eppure ci guardiamo dentro per guardarci noi, con la speranza di trovarci noi. per vederci ogni tanto in faccia e vedere quanto been riusciamo a mascherare come stiamo, e ci vediamo dentro qualsiasi cosa tranne il nostro riflesso. forse un'atavica istintualità ci porta a concepire certe superfici o i bagliori che emanano come specchi e in men che non si dica eccoci lì a scrutarli per ore che passano impercettibili e... realizziamo solo dopo un pò, no?, che non è uno specchio.
poi dipende dai casi. qualcuno non capisce che quello che vede non è il riflesso del suo volto e si identifica con... si riflette, per primo, nel blu di una bacheca o nei nuovi sfondi del sito della Repubblica.
chissà quanto tempo passiamo a cercarci negli specchi sbagliati. chissà se sia calcolabile, se qualcuno c'ha già provato.
passiamo il tempo fra un'App e l'altra o un programmino d'intrattenimento e l'altro convinti di non fare altro che svagarci e invece stiamo sperando di stare fissando un veritiero specchio, di stare aspettando che i pixel si diradino per veder emergere i veri noi stessi, che questi pseudospecchi ci rivelino come siamo fatti e tutto quello che di noi stessi non capiamo o fingiamo di non capire... e invece no. non sono specchi.
non ci ridaranno mai la nostra immagine, nè veritiera nè altro.
forse è questo che sappiamo, ancora più in fondo a noi stessi, ed è per questo che lo schermo onnipresente non ci fa paura. anzi, in alcuni casi, ci fa piacere entrare nella figura che si compone al suo interno con cervello e il sentimento.
nelle case, infatti, sempre più schermi su ogni parete. dovunque. narcisismo dello specchio vero e proprio sparito. con l'acqua del bagno, però, buttato anche il bambino.
sabato, ottobre 22, 2011
domenica, ottobre 09, 2011
mh.
quando finirà?
a volte l'immobilità mentale mi pare essere davvero il male di questo secolo... di cui non abbiamo vissuto ancora che pochi anni. mi sembra davvero che in assenza di fatiche del corpo l'anima in qualche modo si corrompa. che certe nature divengano avvolte su se stesse e piano piano, da attive e intraprendenti, si impegnino quasi esclusivamente nell'arrovigliarsi sulla propria incapacità di gestire il piano del pensiero, il piano emozionale, la propria lacunosità. e finiscano in vortici da cui non riusciranno ad uscire con la "forza della volontà" perchè anch'essa è un'astrattezza di natura psicologica, mentale, ovvero appartiene a quella sfera che non sanno gestire, di cui non trovano nè capo nè coda, che sembra loro un vacuo, immenso vuoto e che li frustra con la propria incomprensibilità. penso che a queste nature l'affaticamento fisico riempirebbe il cervello di sensazioni positive, animali, viscerali, reali, ed eradicherebbe l'infinita scala a chiocciola di parole sconnesse che invece prospera nei loro lobi disabitati.
spesso si è tentati di perdere la speranza.
allo stesso tempo, ricordo sempre la lezione del mio compagno di vita inglese (sia lui, che la mia vita in quel periodo) ed è come... è stata una frase buttata lì, certo coerente con una conversazione (che certo non ricordo), ma... la maggiorparte delle frasi che mi sono state dette o che, più raramente, ho letto e che mi sono rimaste impresse e dalle quali ritengo di aver sinceramente tratto e/o condiviso molte delle lezioni più sagaci o dei principi della mia vita sono state frasi messe lì a incorniciare un discorso più ampio e che però per me hanno inaspettatamente e involontariamente costituito il nucleo del discorso stesso... come se di quello si stesse veramente parlando.. comunque, la lezione è "assumere atteggiamenti produttivi".
se l'indulgere in un atteggiamento o in un comportamento non provoca nessun risultato positivo o nessun risultato in generale, è non solo inutile, ma contro-producente indulgervi, perchè ci vuole un attimo a prendere un abitudine e una mezza vita per liberarsene. e l'abitudine agli atteggiamenti improduttivi è un caso emblematico.
andare avanti, per parte mia. assumere, almeno io, un atteggiamento produttivo.
quante volte, quante scorie, quante storie, ripetute all'infinito, e ancora non basta.
credo peraltro che la natura umana, certe nature in particolare, abbiano bisogno di cambiare più spesso di quanto non credano di poter fare. cambiare tutto serve a mettersi alla prova, ragionevolmente certi che la prova si supererà e per realizzare non solo che si è in grado ma anche che l'istinto di sopravvivenza è ancora vivo dentro di sè e che effettivamente i tipi umani, per quanto differiscano nelle loro attitudini esteriori, rimangano sostanzialmente gli stessi nel vasto mondo circostante-
e che dire dell'importanza della privazione?
faccio sogni strani in questi giorni. a preoccuparmi di più, è il fatto di capirne benissimo il significato.
a volte l'immobilità mentale mi pare essere davvero il male di questo secolo... di cui non abbiamo vissuto ancora che pochi anni. mi sembra davvero che in assenza di fatiche del corpo l'anima in qualche modo si corrompa. che certe nature divengano avvolte su se stesse e piano piano, da attive e intraprendenti, si impegnino quasi esclusivamente nell'arrovigliarsi sulla propria incapacità di gestire il piano del pensiero, il piano emozionale, la propria lacunosità. e finiscano in vortici da cui non riusciranno ad uscire con la "forza della volontà" perchè anch'essa è un'astrattezza di natura psicologica, mentale, ovvero appartiene a quella sfera che non sanno gestire, di cui non trovano nè capo nè coda, che sembra loro un vacuo, immenso vuoto e che li frustra con la propria incomprensibilità. penso che a queste nature l'affaticamento fisico riempirebbe il cervello di sensazioni positive, animali, viscerali, reali, ed eradicherebbe l'infinita scala a chiocciola di parole sconnesse che invece prospera nei loro lobi disabitati.
spesso si è tentati di perdere la speranza.
allo stesso tempo, ricordo sempre la lezione del mio compagno di vita inglese (sia lui, che la mia vita in quel periodo) ed è come... è stata una frase buttata lì, certo coerente con una conversazione (che certo non ricordo), ma... la maggiorparte delle frasi che mi sono state dette o che, più raramente, ho letto e che mi sono rimaste impresse e dalle quali ritengo di aver sinceramente tratto e/o condiviso molte delle lezioni più sagaci o dei principi della mia vita sono state frasi messe lì a incorniciare un discorso più ampio e che però per me hanno inaspettatamente e involontariamente costituito il nucleo del discorso stesso... come se di quello si stesse veramente parlando.. comunque, la lezione è "assumere atteggiamenti produttivi".
se l'indulgere in un atteggiamento o in un comportamento non provoca nessun risultato positivo o nessun risultato in generale, è non solo inutile, ma contro-producente indulgervi, perchè ci vuole un attimo a prendere un abitudine e una mezza vita per liberarsene. e l'abitudine agli atteggiamenti improduttivi è un caso emblematico.
andare avanti, per parte mia. assumere, almeno io, un atteggiamento produttivo.
quante volte, quante scorie, quante storie, ripetute all'infinito, e ancora non basta.
credo peraltro che la natura umana, certe nature in particolare, abbiano bisogno di cambiare più spesso di quanto non credano di poter fare. cambiare tutto serve a mettersi alla prova, ragionevolmente certi che la prova si supererà e per realizzare non solo che si è in grado ma anche che l'istinto di sopravvivenza è ancora vivo dentro di sè e che effettivamente i tipi umani, per quanto differiscano nelle loro attitudini esteriori, rimangano sostanzialmente gli stessi nel vasto mondo circostante-
e che dire dell'importanza della privazione?
faccio sogni strani in questi giorni. a preoccuparmi di più, è il fatto di capirne benissimo il significato.
sabato, ottobre 08, 2011
sabatoseradeserticodisertato
proprio questo pensavo.
che quando si arriva in un posto per lavorare, possa capitare di passare sabati in cui nessuno ti cerca, nessuno di chiama, nessuno ha voglia di te, di nessuno hai voglia neanche tu, in fondo, che ti spalmi su ogni superficie reclinata tesa immersa nel tuo libro che parla di famiglie tanto perfette da essere il culmine del disastro e di storia americana. può capitare perchè arrivi il giorno 0 e dal giorno 1 l'85% della tua vita è il lavoro e le persone e il posto e le relazioni finte e le cose che dici per vedere l'altro cosa dice tipiche dei luoghi di lavoro.
oggi mi sono detta che forse ha ragione mia madre che più si va avanti negli anni più è difficile farsi amici ma perchè poi? cos'è che cambia? chissà.
pensavo anche a... a fasi alterne, a un sacco di cose. pensavo alla banalità di certi libri, alla sconvolgente superficialità con la quale certi autori permettono alle ricche giovinette di buona famiglia di pubblicare i loro diarietti da 3 soldi di esperienze sconvolgenti come fare la pipì o chiedersi il senso della vita a ben 12 euro a copia! ma quest'è un'altra storia, interamente.
penso ...
uff, a quante cose.
spesso mi vengono in mente cose che vorrei scrivermi, che mi dico che dovrei scrivermi perchè sono frasi... a volte delle frasi di senso, delle frasi collegate alla realtà che vivo e che quasi quasi la spiegano, mi attraversano rapidamente il cervello. non saprei dire, nella maggior parte dei casi, perchè mi vengano in mente, in ogni caso non passano tanto rapidamente da non rendermene conto o non ricordarmelo o... in ogni caso, potrei scrivermele. ma non lo faccio, nn lo faccio mai. mi rendo conto di essermi disabituata alla carta e alla penna. mi dico sempre che inizierei a scrivere in uno dei miei bellissimi quaderni e poi li lascerei perire e non ci scriverei mai più, e quello sarebbe uno spreco. è sempre questo a bloccarmi, considerazioni di questo tipo...
forse dovrei insistere comunque.
che quando si arriva in un posto per lavorare, possa capitare di passare sabati in cui nessuno ti cerca, nessuno di chiama, nessuno ha voglia di te, di nessuno hai voglia neanche tu, in fondo, che ti spalmi su ogni superficie reclinata tesa immersa nel tuo libro che parla di famiglie tanto perfette da essere il culmine del disastro e di storia americana. può capitare perchè arrivi il giorno 0 e dal giorno 1 l'85% della tua vita è il lavoro e le persone e il posto e le relazioni finte e le cose che dici per vedere l'altro cosa dice tipiche dei luoghi di lavoro.
oggi mi sono detta che forse ha ragione mia madre che più si va avanti negli anni più è difficile farsi amici ma perchè poi? cos'è che cambia? chissà.
pensavo anche a... a fasi alterne, a un sacco di cose. pensavo alla banalità di certi libri, alla sconvolgente superficialità con la quale certi autori permettono alle ricche giovinette di buona famiglia di pubblicare i loro diarietti da 3 soldi di esperienze sconvolgenti come fare la pipì o chiedersi il senso della vita a ben 12 euro a copia! ma quest'è un'altra storia, interamente.
penso ...
uff, a quante cose.
spesso mi vengono in mente cose che vorrei scrivermi, che mi dico che dovrei scrivermi perchè sono frasi... a volte delle frasi di senso, delle frasi collegate alla realtà che vivo e che quasi quasi la spiegano, mi attraversano rapidamente il cervello. non saprei dire, nella maggior parte dei casi, perchè mi vengano in mente, in ogni caso non passano tanto rapidamente da non rendermene conto o non ricordarmelo o... in ogni caso, potrei scrivermele. ma non lo faccio, nn lo faccio mai. mi rendo conto di essermi disabituata alla carta e alla penna. mi dico sempre che inizierei a scrivere in uno dei miei bellissimi quaderni e poi li lascerei perire e non ci scriverei mai più, e quello sarebbe uno spreco. è sempre questo a bloccarmi, considerazioni di questo tipo...
forse dovrei insistere comunque.
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