giovedì, maggio 30, 2013

giovedì.. è spesso di giovedì

uno strano e brutto odore di cipolla nell'aria.
non capisco.
cipolla?
ticchetto sui tasti di questo portatile sul tavolo rosso.
sul tavolo rosso anni '80.
il tavolo rosso, spesso coperto da uno strato di cotone a quadri verdone e bianchi. per la cena, o il pranzo.
o da un rettangolo di plastica a volte viola, a volte ocra. con sopra tazze, cucchiaini, biscotti.
un tavolo per due.
noi due.
un tavolo pieghevole e chissà perchè quando sono arrivata le due metà erano alla stessa altezza. adesso non più.
ticchettano i tasti della tastiera bianca coi tasti quasi morbidi e un pò scivolosi, ma non viscidi. solo lisci lisci. ... quante volte "sci", ahah.
ticchettano le dita sono sola, tranquilla rispetto alla media di questo lunghissimo maggio, così piovoso, così poco socievole. questo maggio così indeciso che rimane in autunno, stanco del ruolo primaverile che da sempre gli viene assegnato.
sulle spalle ho un coperta in pile, salvezza dagli spifferi di questo piccolo appartamento. questo piccolo luogo. dove vivo.
un tavolo rosso dove ho tracciato tante righe su innumerevoli fogli.
dovrebbe riportare il segno dei miei gomiti, schiacciati a voler fermare le parole che stavo leggendo prima che scivolassero via dalla mia mente stanca. stanca di leggere e di imparare, per quel giorno. per oggi, ad esempio.

giovedì, aprile 11, 2013

Un giovedì mattina

L'aria e' fresca. Guardo l'aria fresca da circa mezzora. Guardo fuori dalla finestra, questo gigante albero cosi poco cittadino, cosi fuori posto in citta'. Nascosto dietro le case, dalla strada non si vede.
E' giovedi e mi sento pensierosa. E' sempre cosi quando si ha la sensazione di qualcosa che si chiude. Un capitolo, un'esperienza.. un cammino.
Giovedi mattina, e' quasi meta' aprile. Nessuna amarezza
Niente sensazioni necessariamente negative.
Troppe cose da fare e sistemare prima di.
Prima di? Non so completare la frase, non per ora. Guardo fuori ma non esco sul balcone. E' fresco, questo giovedi.

lunedì, aprile 08, 2013

mercoledì, aprile 03, 2013

Incredibile! La "app" funziona!

Se me l'avessero detto qualche anno fa non c'avrei mai creduto.
No, non importa a cosa mi riferisco.
Il solo fatto di pronunciarla, una frase simile, e' un segno eloquente.. del mondo che corre piu' veloce di quanto l'umana consapevolezza riesca ad afferrare.
In una parola (o quasi), sto gia' invecchiando.
Ma com'e' possibile?
Ora che le aspettative di vita si sono cosi' allungate, si diventa obsoleti gia' alla soglia dei 30 anni (per dire la verita', ancora lontani, mancano 18 mesi!) ?? Siamo quindi anche noi umani vittime di obsolescenza pianificata? In teoria no, perche' possiamo adattarci. Alle nuove conoscenze e contingenze, adattarci. Ma adattarsi in questo caso puo' essere equivalente al proporre un nuovo noi, buttando via quello vecchio (seppur seguendo i dettami della differenziata?) ? Come quando il ferro da stiro difettoso invece di riparartelo te lo cambiano con un altro. E' uguale al precedente, ma diverso. Performante e funzionante, ma diverso.
Siamo anche noi societa' in queste condizioni? Tendiamo piu' a ripararci o a buttar via le nostre vecchie versioni e riproporci con tutti i meccanismi in ordine e all'ultimo grido?
E' questione personale, e chissa' quanto realmente conscia.

Benvenuta nel mondo delle "app"

"App" come tutt'APPost?
Come mo che t'ancAPP?
App come APPost stjm?

martedì, aprile 02, 2013

uso del tempo

riflettere non sempre riesce.
sembra la cosa più facile del mondo. tuttaltro.
il tempo, saperlo usare, è difficilissimo. forse ancor più che riflettere.
forse ancor più che essere fedeli a se stessi.
no, è certamente più difficile. fedeli a se stessi si può esserlo, anche se comporta una certa scomodità.
ma essere in grado di usare il tempo (al di là del bene e del male) sentirsi a cavallo del tempo e non meramente subirlo è forse fra i compiti più difficili per l'essere pensante.
è evidente a tutti noi, in forma conscia o inconscia. è una realtà. un fatto con cui bisogna fare i conti soprattutto adesso che il tempo non è più qualcosa di socialmente condiviso ma di individuale.

soprattutto adesso che non vi sono più dati oggettivi in grado di confermare agli altri e a noi stessi di stare procedendo bene. quelli che in inglese vengono chiamati objective indicators, e sono così importanti. ma sì, mi riferisco a quei traguardi tipo entro una certa età bisogna aver finito la scuola, entro un'altra è bene avere un fidanzato, entro un'altra ancora è piuttosto comune aver già fatto un figlio, eccetera.
quelle cose che uno poteva fare e rassicurarsi nell'averle fatte. e magari lamentarsene tutta la vita, ma in piena confidenza con il proprio io. rassicurarsi di aver usato bene il proprio tempo. oppure, sapere che l'opposto è avvenuto ma che questi traguardi segnalano il re-imbocco del giusto modo di usarsi, nel tempo.
troppo comodo. troppo facile. il tempo delle rassicurazioni è finito. non c'è più nessun (o quasi nessuno) status cui aggrapparsi, via cui ritornare.

è tutto un problema personale.
un rischio individuale. il valore di questo rischio è quantificabile? chi può dirlo. no, non più "oggettivamente" com'era un tempo. non più. ognuno deve dare un valore a se stesso e al proprio tempo e all'uso che ne fa.
ognuno decida i propri traguardi, se ne ha voglia.
molto difficile.

martedì, marzo 26, 2013

quanti cambiamenti ancora? quanto improvviso si può sopportare nell'arco dei primi 30 anni della propria vita?
quanto è giusto lasciarsi trasportare da un destino furbetto e ironico? entusiasmarsi quando le cose scivolano tranquille, dimentichi dei patemi di lunghissimi periodi appena trascorsi?
quante domande basteranno ad esternare il dubbio eterno in cui viviamo? certo anche l'eterna certezza sembra un cappio al collo. si ha quindi un problema col concetto di eternità.
è questo?
è il non vedere la fine che terrorizza?
ma non era la fine la cosa peggiore? la fine, destino di ogni umana azione e di ogni umano vagare.
e allora come spiegare ...
non c'è spiegazione.
o c'è?

venerdì, marzo 15, 2013

cos'è accaduto a quest'anno passato?
dov'è finito?
possibile che non sia riuscito a trovare un minuto per lasciare un segno, un commento, una parola su questo blogghettino.. che mi ricorda così dolcemente quei tempi di vita vissuta in cui "gli altri" erano più facili, ed ero forse anche più facile io. da trattare, da stare insieme, da comprendere. più spontanei, questa serie di pensieri organizzati in quadratini mi parla della spontaneità dei tempi in cui lo creai.. mi parla di tutte quelle volte in cui penso di abbandonare qualsiasi cosa e passare il resto del mio tempo a scrivere, scrivere, e scrivere. in cui mi immagino vagare da un caffè all'altro sempre con un quaderno in mano, da riempire di pensieri belli e memorabili, ma più spesso di semplici pensieri, pensieri che non valgono nulla e che non siano memorabili per nessuno, se non per quelli per cui provo amore. mi immagino un essere che non ha bisogno di mangiare nè di dormire nè di fare nulla in certi orari precisi. non è una vita ribelle quella che immagino, oh no... non nel senso classicamente inteso almeno. non è una vita di dissoluzione, di sfascio, di incontri occasionali con persone che ti lasciano un segno per sempre blabla.. non voglio queste minchiate. questi sogni, del periodo in cui ero liberamente serenamente pubblicamente spontanea e sbagliata senza conseguenze, no, non li rimpiango. li ricordo oggi col sorriso.
non è una vita da ribelli quella di cui parlo, non nel senso classicamente inteso. è una vita ribelle perchè fatta di ritmi che decidono solo la mia esigenza comunicativa e la mia esigenza emotiva, che solo loro devono discutere e solo loro trovare compromessi. è ribelle perchè non vuole essere per essere vista, guardata, ammirata, ricordata. è ribelle perchè è una vita in cui non mi importa dell'effetto che fa sugli altri e in cui gli altri non possono condizionarla ma solo vivere al mio fianco le vite che si saranno scelti mentre io scrivo, scrivo, scrivo e ancora scrivo e ho sempre qualcosa da scrivere e non vado mai in tilt per cose tristemente e concretamente quotidiane, tristemente inutili al mio scrivere e alla mia ricerca (in fondo eterna) dei ritmi "miei".
ma ho ritmi miei? li avrò mai? non so se avrò mai la possibilità di dedicarmi alla ricerca e alla scoperta di questi tempi, che mi apparterrebbero.
per ora so di non vivere la vita che ho appena descritto, la mia vita semplicemente e banalmente mia nella quale solo scrivo e amo, e so di non poter che essere sbagliata con conseguenze, con impressioni che faccio agli altri e con compromessi continui fra i miei ritmi non miei e i ritmi di altri non loro. perchè in fondo, chi può dire di avere dei ritmi "suoi"? chi può permettersi questo lusso supremo? al massimo può organizzare il ritmo della propria vita in modo volutamente dissonante dal ritmo di massa del sottofondo per compiacersene... ma questo è un esercizio di vanità, null'altro. non che sia deprecabile in sè e per sè. ma di ciò si tratta.
esistono ritmi propri?
non saprei, non ho mai il tempo di trovare i miei e non so che forma abbiano.
spesso aiuta e rinforza l'animo il trovare un'altra persona che conduce la stessa ricerca. magari in maniera più sistematica e con più coraggio. questo può costituire un notevole incentivo.
almeno, per me è sicuramente così.
non so allora se vivo secondo i miei ritmi, qualsiasi cosa ciò possa significare, ma so che il mio e il suo si conoscono, sono parenti, respirano all'unisono.