riflettere non sempre riesce.sembra la cosa più facile del mondo. tuttaltro.
il tempo, saperlo usare, è difficilissimo. forse ancor più che riflettere.
forse ancor più che essere fedeli a se stessi.
no, è certamente più difficile. fedeli a se stessi si può esserlo, anche se comporta una certa scomodità.
ma essere in grado di usare il tempo (al di là del bene e del male) sentirsi a cavallo del tempo e non meramente subirlo è forse fra i compiti più difficili per l'essere pensante.
è evidente a tutti noi, in forma conscia o inconscia. è una realtà. un fatto con cui bisogna fare i conti soprattutto adesso che il tempo non è più qualcosa di socialmente condiviso ma di individuale.
soprattutto adesso che non vi sono più dati oggettivi in grado di confermare agli altri e a noi stessi di stare procedendo bene. quelli che in inglese vengono chiamati objective indicators, e sono così importanti. ma sì, mi riferisco a quei traguardi tipo entro una certa età bisogna aver finito la scuola, entro un'altra è bene avere un fidanzato, entro un'altra ancora è piuttosto comune aver già fatto un figlio, eccetera.
quelle cose che uno poteva fare e rassicurarsi nell'averle fatte. e magari lamentarsene tutta la vita, ma in piena confidenza con il proprio io. rassicurarsi di aver usato bene il proprio tempo. oppure, sapere che l'opposto è avvenuto ma che questi traguardi segnalano il re-imbocco del giusto modo di usarsi, nel tempo.
troppo comodo. troppo facile. il tempo delle rassicurazioni è finito. non c'è più nessun (o quasi nessuno) status cui aggrapparsi, via cui ritornare.
è tutto un problema personale.
un rischio individuale. il valore di questo rischio è quantificabile? chi può dirlo. no, non più "oggettivamente" com'era un tempo. non più. ognuno deve dare un valore a se stesso e al proprio tempo e all'uso che ne fa.
ognuno decida i propri traguardi, se ne ha voglia.
molto difficile.


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